PILATO SI LAVA LE MANI CAPPELLA XXXIV

Il personaggio in primo piano ed il tavolino


Non ci si deve stupire se nell’ammirare le statue della cappella, degli studiosi e compilatori di guide del Sacro Monte siano stati impressionati da qualcuna in particolare ed abbiano citato ed esaltato un esempio o due tra i personaggi di maggior effetto.

Così il Butler alla fine dell’Ottocento scriveva: "Una o due figure, specialmente quella che tiene un dito alla bocca in modo sarcastico, sono ottime". Ed è un gran complimento per uno studioso infatuato del Tabacchetti, come era il Butler, a scapito del d’Enrico. La stessa osservazione riprende poi il Ravelli, mentre il Romerio (1912), si sofferma ad ammirare l’ansietà e l’incertezza "sul volto di Pilato, la ferocia dei Giudei, il tratto umile e paziente di Gesù". Ma non è da dimenticare soprattutto sulla destra, il piede della figura dipinta che esce dal muro per diventare scultura vera sul pavimento: uno degli esempi più significativi ed arditi della perfetta fusione e continuità tra pittura e plastica, tra l’opera dello statuario e quella del fratello pittore.

La figura che però s’impone subito sul riguardante è quella posta al centro, in primo piano, colta arditamente, quasi sfacciatamente di schiena, avvolta da ridondanti, ammatassati panneggi, mentre sale lo scalino: una delle figure plasticamente più intense, una delle più emblematiche di tutta la produzione del d’Enrico. Ebbene, il maestro ne dovette essere pienamente consapevole, ne dovette provare un’intima soddisfazione se, come ho avuto la fortuna di scoprire due anni or sono, sulla parte posteriore rispetto ai riguardanti, su quella cioè rivolta verso Pilato, incise nella terracotta ancor fresca una sigla, tipica di quelle usuali presso la popolazione alagnese, ma diversa da tutte le altre finora conosciute e catalogate, un monogramma che deve senza dubbio esser quello personale del grande statuario: praticamente la sua firma. E c’è veramente da sperare che in una futura , attenta ricognizione di tutti i lavori del d’Enrico sul Monte di Varallo e negli altri luoghi in cui ha operato, possa avere la fortuna di scoprire qualche altro esemplare della stessa sigla.

Unico elemento discordante in tanta felice realizzazione della parte plastica della cappella, il misero, squallido tavolino al centro, ai piedi del trono, che veramente stona con tutto il contesto: un arredo d’infima qualità, che fin da bambino mi stupiva e mi risultava fuori luogo, inammissibile per una scena tanto grandiosa, in un’aula così solenne. Che un tavolo di ridotte dimensioni dovesse esistere fin dall’inizio nella cappella sembra quasi certo. Nella sua illustrazione, pubblicata nella guida del 1765 e riutilizzata in altre guide posteriori dei primi due decenni dell’Ottocento, lo si vede molto chiaramente, quasi in primo piano, ricoperto per intero da un ampio tappeto che scende fino a terra. E così, con identiche caratteristiche ricompare in altre due xilografie, ripetutamente usate nella maggior parte delle guide per molti decenni. E’ invece con la pubblicazione dell’opera del Cusa (1857-1863), che la cappella è raffigurata in una grande litografia in cui il tavolino è intonato alla solennità dell’aula: le gambe sono a foggia di lunghi arti leonini, sormontati da teste pure leonine, alate, a reggere il piano della mensa. E’ questo un tavolino di classica suggestione, che fa subito pensare agli arredi fastosi della reggia torinese e del castello di Racconigi, voluti dal re Carlo Alberto, disegnati da Pelagio Palagi e per lo più eseguiti dal grande ebanista Gabriele Capello, detto il Moncalvo.

Potrebbe trattarsi di un lavoro di pregio, di rara accuratezza, uscito dal Laboratorio Barolo di Varallo, diretto da valentissimi intagliatori ed ebanisti. Nè l’opera è lontana dal gusto e dalla cultura dello stesso Michele Cusa, che fu a Torino professore all’Accademia Albertina di Belle Arti ed autore di vari dipinti, proprio su incarico di Carlo Alberto per Palazzo Reale, tanto da farmi pensare che il piccolo tavolo possa essere stato disegnato da lui.

Dopo la pubblicazione del volume del Cusa, le successive guide del Sacro Monte, per lo più, ricopiano e riproducono la sua grande litografia in dimensioni ridotte, senza varianti, sempre con l’elaborato e sontuoso tavolino, fino alle soglie della seconda guerra mondiale. Però nelle fotografie della cappella d’inizio secolo, mi riferisco in particolare a quella della guida di Don Natale Apostolo del 1911, non avendone sotto mano altre anteriori, compare già l’umile piccolo tavolo attuale, ricoperto in parte soltanto da un tappeto di antica stoffa. Più avanti nel tempo ed ai giorni nostri il tappeto sarà ancora più ridotto a dimensioni veramente misere.

Ma allora l’aulico arredo raffigurato dal Cusa è veramente esistito o no? Venne collocato nella cappella, vi rimase per alcuni decenni? E se così è, perché fu tolto e quando, dove fu trasferito, dove è finito? Gli interrogativi sono molti. E’ un piccolo giallo, uno dei tanti misteri minori di cui è costellata la vicenda cinque volte secolare del nostro Sacro Monte.

Non mi stupirei, se non si trovano altre notizie, altre conferme al riguardo, che il tavolino raffigurato dal Cusa fosse solo un suo pio ed apprezzabile desiderio, un auspicio di cui sentiva l’esigenza, non realizzato nella realtà, ma solo, ed assai più facilmente immaginato e rappresentato nella litografia per maggior decoro della cappella.

Tutta questa vicenda, di secondaria importanza, mi invita però non solo a presentare il problema, ma soprattutto a formulare una proposta, per altro assai facilmente risolvibile se non si ritrova il misterioso tavolino, non certo con il fabbricarne un altro, che sarebbe fuori luogo e fuori tempo, ma soltanto ricoprendo pietosamente quello esistente con un ampio tappeto, come nel Settecento, che tutto lo nasconda, usufruendo di un qualche drappo di antica stoffa di lavorazione valsesiana, ancor facilmente reperibile in zona presso qualche antica famiglia, o sul mercato antiquario locale. Speriamo che questa volta il mio invito non cada nel vuoto come molti altri negli anni passati.

Casimiro Debiaggi