Nel tempo di Pasqua lo sguardo e il pensiero del pellegrino al Sacro Monte vagano istintivamente tra le cappelle che si affacciano sulla piazza, quelle che rappresentano i momenti della Passione e Morte di Gesù, attorno al perno solido della statua del Cristo Risorto.
In questo specifico tempo pasquale la cappella XLI è di particolare... attualità: in un piccolo spazio sul lato sinistro della piazza, otto figure in terracotta rappresentano la deposizione di Gesù nella sindone, loggi celeberrimo lenzuolo che è offerto alla fede e agli interrogativi di coloro che lo visitano presso il duomo di Torino. Sono giorni di ostensione, giorni di unopportunità rara forse non per capire qualcosa di più, ma per farsi sfiorare più da vicino - occhi duomo spalancati e mani che vorrebbero sempre toccare - da un segno di Mistero tanto grande quanto muto.
Nella nostra cappella, così discretamente appartata benché sulla piazza, il corpo di Cristo morto è steso a terra sopra, appunto, una sorta di lenzuolo che sembra confondersi con la terra e da cui sta per essere avvolto. Su quel pezzo di stoffa resteranno segni indelebili oltre il passare del tempo delluomo: adesso è solo un lenzuolo. Quante cose da niente lasciano in noi tracce sorprendenti...
Nella scena vi sono degli uomini: cè in particolare Giuseppe di Arimatea, il ricco discepolo che vuole mettere Gesù nel suo nuovo sepolcro scavato nella roccia, presso il Calvario. Cè, insomma, qualcuno che rispetta la morte, ne sottrae lo spettacolo ai curiosi, intuisce il bisogno di ricovero di un morto povero senza tomba e senza più discepoli fra quelli che lo avevano seguito passo passo, per lasciarlo morire da solo. Il gesto di Giuseppe "com-passione", è sentimento di dolore condiviso non nel frasario di circostanza, ma in atto sobrio di carità, anche coraggioso nella sua normalità. Nei momenti duri degli "altri", quelli che prima o poi diventano i nostri, quando ci si chiede come "com-patire", forse sarebbe già tanto non disturbare, non suscitare inutili echi a parole preconfezionate di buone intenzioni...
Nella scena della cappella ci sono delle donne, cè Maria sorretta nello strazio. Ma cè, per me, soprattutto una figura di donna nellangolo, appena appena visibile, come in seconda fila, un po' in disparte: è seduta, ripiegata sui ginocchi, dove piegano le braccia. E muta, nessuno la guarda e non guarda nessuno. E rivolta verso il corpo di Gesù in terra, ma il suo volto non si vede, perché il suo capo è velato. Chi è? Per me è il Dolore, anzi, la Sofferenza, perché sembra donna e non credo a caso. Non ha volto, perché chi soffre lo sa che la sofferenza non si lascia guardare in faccia, anche se lo si vorrebbe fare a volte, per dimostrare a sé di essere più forti. Non ha volto, ma ha corpo, perché chi soffre sa che la sofferenza non è unidea vaga, ma una presenza reale e concreta, talora fisicamente ingombrante, talora quasi discreta nella sua ineluttabilità, come qui presso il corpo di Gesù. Gli sguardi di tutti gli altri sono rivolti verso il corpo morto di Gesù, ma quello velato della Sofferenza sembra piuttosto comprendere tutti nel suo orizzonte, vivi e morto: quasi fosse il destino comune, nellimmediatezza dellumano colto al culmine della sua parabola.
Eppure, se è tempo di Pasqua ancora e anche per noi, questa donna velata si ripropone come un appello quotidiano, ma non definitivo. E lappello segnato sul lenzuolo senza che luomo capisca come.
Se il corpo velato dal lenzuolo risorge, svelandosi come Dio, allora possiamo sperare che per noi dietro il velo della Sofferenza ci sia il volto ineffabile del senso della salvezza...
"Come quieto ora il mondo. / E tu, mio Dio, / intimo, che potrei anche toccarti. / Potrei, Signore, / nelloblio di questa sera / parlarti / e tu rispondermi nel verso mio. / Giacché in tutto tu sei ed io lo sento... / Chio dico ora: Morte / ed ecco la musica del vento / echeggia: Eternità" (José Garcìa Nieto).
Silvia Coda