CONOSCIAMO IL SACRO MONTE

PILATO SI LAVA LE MANI CAPPELLA XXXIV

Il complesso scultoreo di Giovanni d’Enrico


Tutte le cappelle raggruppate nel Palazzo di Pilato, e sono ben nove, compresa la Cattura, sono popolate da una vera folla di statue uscite nell’arco di oltre trentacinque anni, dalla bottega di Giovanni d’Enrico. Ad esse si devono aggiungere alcune figure scolpite in legno, provenienti da antiche cappelle, riutilizzate dal d’Enrico nella nuova redazione di due misteri (Flagellazione, Salita al Pretorio). Tutto ciò è testimoniato già fin dal 1671 nella "Nuova Gerusalemme" del Fassola.

Anche la scena di Pilato si lava le mani, la più grandiosa ed una delle più impressionanti che esistano al mondo di tale soggetto, rientra quindi nella titanica impresa figurativa del grande scultore, lo statuario per eccellenza del Sacro Monte. Scrive il Fassola: "Le statue, che formano questo Mistero sono diciassette in circa di Giovanni d’Enrico"; ma anche senza la sua esplicita dichiarazione, basterebbe l’inconfondibile carattere stilistico a confermarlo.

Tra la costruzione dell’aula però, terminata, come si è detto, attorno al 1609-10, e l’esecuzione del gruppo scultoreo dovettero passare circa sette-otto anni. Infatti dalla relazione della sacra visita, effettuata dal vescovo, cardinal Taverna, al Sacro Monte, il 14 settembre 1617, si viene a sapere che nella Lavazione delle mani è già presente solo la statua di Pilato, mentre le altre sono in fattura: "Apposita est tantum statua Pilati lavans manus, reliquae nunc fabricantur" (E’ stata collocata soltanto la statua di Pilato che si lava le mani, le altre si stanno ora facendo).

Appare evidente che la statua, e certo anche il trono, dovettero essere portate e sistemate ancor fresche di modellato e calde di cottura, nell’aula completamente vuota appena appena qualche tempo prima, proprio in vista della imminente visita vescovile, non solo per far bella figura, ma per dare almeno un’idea di quello che nel giro di pochi mesi avrebbe dovuto risultare la scena sacra, almeno nella sua parte plastica.

La datazione quindi del complesso scultoreo va situata senz’ombra di dubbio nel 1617-18. E se si vuol essere ancor più puntuali, a rischio di passare per pedanti, ad iniziare dalla metà del 17 con la statua di Pilato, quella cioè del protagonista della scena (per questo modellata per prima) fino alla seconda metà del 18 circa per tutti gli altri personaggi, per passare successivamente alla modellazione delle figure per la Guarigione del paralitico.

Ma come mai tra l’edificazione dell’aula per contenere il mistero della Lavazione delle mani e la realizzazione delle statue è intercorso un così ampio lasso di tempo?

Bisogna considerare innanzitutto che Giovanni d’Enrico proprio negli anni tra il 1610 ed il 17 è impegnato, sempre sul Sacro Monte, in molteplici altre imprese di particolare responsabilità. Praticamente è il grande esecutore di tutto l’avanzamento del programma voluto dal vescovo Bascapè ed accolto dal suo successore, cardinal Taverna. E’ il vero, formidabile regista del gran teatro montano. Dipende da lui la prosecuzione delle imponenti opere architettoniche, non solo del Palazzo di Pilato, ma anche della stesura nel 1614 di tutto il nuovo progetto generale del Sacro Monte con l’edificio dell’attuale Basilica, aiutato da Bartolomeo Ravelli. Su lui poi grava l’ideazione e la realizzazione in toto delle parti figurative in plastica. E nel Palazzo di Pilato, appena eretto, erano, come si è ricordato, molti i vani che attendevano di essere popolati dai vari gruppi statuari. Solo i cicli ad affresco sono demandati ad altri maestri: essenzialmente Morazzone, Tanzio, Rocca ed il fratello Melchiorre d’Enrico, ma sempre in stretto accordo con lui.

Come si è visto trattando singolarmente delle varie cappelle già descritte del Palazzo, fino a quella dell’Ecce Homo, il d’Enrico non ha avuto un momento di sosta, il suo lavoro creativo è stato continuo, con un ritmo incalzante, sebbene coadiuvato dal più giovane fratello Melchiorre e dal garzone, poi aiutante di bottega, Giacomo Ferro.

L’ordine di successione delle opere scultoree realizzate nell’arco di quegli anni 1610-18, che mi è stato possibile ricostruire con quasi assoluta certezza è il seguente: 1608 10 Ecce Homo (40 statue); 1610-12 Condanna (27 personaggi); 1612-15 circa Flagellazione (5 figure del d’Enrico e i gruppi statuari del Battistero di Novara per il vescovo Bascapè); 1614-16 Prima presentazione di Gesù a Pilato (19 statue); 1615-16 circa Cattura (5 figure del d’Enrico); finalmente 1617-18 Pilato si lava le mani. Sono tutti misteri contenuti nella struttura muraria del Palazzo di Pilato. Anzi ne sono esattamente i due terzi: sei su nove. Degli altri, uno: l’Incoronazione di spine era anteriore; gli altri due: Seconda presentazione a Pilato e Salita al Pretorio seguiranno nel tempo.

Ma è difficile rendersi perfettamente conto oggi del criterio seguito per l’ordine di precedenza, o, verrebbe da dire, di preferenza, per l’uno piuttosto che per l’altro mistero. Probabilmente i doveva trattare solo di una ragione pratica, non essendosi seguita, come sarebbe parso logico, la successione dei vari episodi secondo la narrazione evangelica.

La scelta, penso, doveva dipendere in parte almeno, dalla maggior disponibilità di offerte date dai pellegrini e dai benefattori in particolare per una determinata cappella.

Una seconda ragione, collegata alla prima, doveva poi essere costituita dalla ricerca del pittore più adatto fuori dal Sacro Monte e dalle stipulazioni del contratto con lui. Per lo statuario ovviamente non vi era nessun problema; era sul posto e valentissimo, sempre impegnato alle dipendenze della fabbriceria, anche se talora eseguiva qualche rara opera da inviare altrove, come ci conferma la liquidazione del 12 maggio 1640.

Per il pittore il discorso era diverso. Ma doveva essere un saggio accorgimento, dettato dall’esperienza, quello che ci fosse intesa, accordo preventivo tra pittore e scultore per la regia generale d’ogni singolo mistero e vicinanza cronologica d’esecuzione per un più efficace ed unitario effetto d’insieme, per la più stretta e felice continuità e fusione tra parte plastica e parte dipinta. Bisognava quindi che venisse trovato il pittore valente e disponibile e che ci si intendesse tra i due artisti, almeno in linea di massima, e poi anche con i fabbriceri, possibilmente prima di dare inizio alla parte scultorea.

Orbene in quegli anni (1610-17), il Morazzone che ha già affrescato la Salita al Calvario e l’Ecce Homo, è impegnato per la Condanna (1611-14 circa), ma non è sollecito nel rispettare i tempi stabiliti dai contratti. Il Tanzio all’inizio del secondo decennio del secolo non è ancora rientrato in valle dall’Italia centrale; il Rocca è troppo giovane una simile impresa; Melchiorre d’Enrico dopo aver dipinto i due misteri di Gesù nell’orto ed i Discepoli dormienti, presta il suo aiuto al maggior fratello Giovanni, e poi gli affreschi della Lavazione delle mani sono troppo impegnativi per lui.

Così, come si dirà più ampiamente in seguito, già nel 1613 il fabbricere Gerolamo d’Adda aveva interpellato due pittori di alto prestigio: Camillo Procaccini ed il Moncalvo per questa cappella, e nel 14 si stipulerà la convenzione con il Moncalvo, ma non se ne farà poi nulla. Si dovrà quindi attendere che il Tanzio, rientrato finalmente nella sua terra, abbia condotto a termine la sua prima, grande e felice impresa con gli affreschi di Gesù condotto per la prima volta da Pilato (1616-17).

Questo in sostanza è il panorama, per cui è più che comprensibile che tra il completamento della parte muraria della cappella di Pilato che si lava le mani (1609-10 circa) e l’esecuzione del complesso scultoreo (1617-18) sia intercorso u così notevole lasso di tempo.

Casimiro Debiaggi