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Nella cupola decorata, dal 1560 al 1572, come nel tamburo, nel fregio
e nei pennacchi, dal cremonese Bernardino Gatti, l'imitazione
dal Correggio del Duomo, perfino nel soggetto - l'Assunta,
gli apostoli sul tamburo ed i putti - è intesa in modo precipuamente
barocco, forse dovuto anche alla visione del Pordenone in
Santa Maria di Campagna a Piacenza ove del pari il Gatti dipinse.
Con questo pittore che ebbe, oltre il figlio, come aiutante nella
decorazione della cupola, il fiammingo Bartholomeus Spranger,
ammiratore del Parmigianino fin da quando era in patria e
che a Roma porta, vicino agli accenti emiliani, toscani e romani
di Raffaellino da Reggio, dello Zuccari e del Salviati,
quelli fiamminghi, si può dire si inizi il secondo manierismo parmense.
E di tardi manieristi emiliani o di importazione sono (eccettuato
il quadro con la "Madonna in trono e Santi" di Simone
Martinazzi detto delle Spade, nella seconda cappella a destra,
un pittore ritardatario che dipinge tra la fine del Quattrocento
e la prima metà del Cinquecento seguendo le orme del Francia
e di Filippo Mazzola) le altre opere della chiesa, cioè
le pilastrate a chiaroscuro del braccio destro (nicchione nord)
decorate nel 1574 da Mercurio Baiardi, debole seguace di
Gerolamo Bedoli, i quadri di Giovanni Sons, fiammingo
operante a Bologna e a Parma, con deciso orientamento emiliano,
cui appartengono gli ingrandimenti con colonne tortili e putti nelle
ante del vecchio organo dipinte dal Parmigianino (nel nicchione
di ingresso), e gli sportelli interni delle stesse con la "Fuga
in Egitto" e "San Giuseppe che attinge acqua da una fonte"
(1573), intressanti soprattutto per il profondo paesaggio ancora
di sapore fiammingo (braccio sinistro), mentre più tarda, del 1607,
è la "Sacra Famiglia" dello stesso, ora in sagrestia, che
rivela l'ormai acquisito linguaggio emiliano.
Del cremonese Giovanni Battista Trotti detto il Malosso
è poi il gran quadro col "Paradiso" (sulla porta d'ingresso)
in cui scorgiamo, con la chiara ispirazione del Correggio,
quella dei bresciani; per questo quadro si conservano nella Pinacoteca
di Parma bellissimi disegni.
Ai primi anni del Seicento, ma sempre con chiari accenti rinascimentali
di tradizione correggesca, appartengono pure la tela (seconda cappella
a sinistra dell'altare) con la "Madonna e i Santi Ilario e Giovanni
Battista" di Innocenzo Martini (1607), un epigono dell'officina
parmense, e il "Redentore in gloria con in basso Sant'Antonio
da Padova e la Maddalena", opera dell'estrema vecchiaia di Alessandro
Mazzola (1605) figlio di Gerolamo Bedoli cui chiaramente,
se pure fiaccamente, si ispira.
Parallelamente ai quadri ed agli affreschi furono eseguite nel Cinquecento
importanti opere di scultura a completare la bella decorazione di
balaustre, portali e finestre dei D'Agrate.
Dello stesso Giovan Francesco D'Agrate è il monumento a Sforzino
Sforza, nella cappella a sinistra dell'altare maggiore (1533), che
riprende il motivo ad arcosolio, con il personaggio disteso sul
sepolcro, caro ai fiorentini; qui l'elegante decoratore parmense,
uso alla raffinatezza ed alla misurata compenetrazione tra strutture
ed ornati, si cimenta per la prima volta nella scultura a tutto
tondo che rivela un'armonica compostezza.
Contemporaneo (1531-1536) è poi il monumento a Bertrando
Rossi, nella prima cappella a destra, del reggiano Bartolomeo
Spani, che a Roma guarda particolarmente la scultura di Michelangelo,
ma si rivolge anche alla tradizione toscana come prova la forma
ad arcosolio e la figura del defunto sul sepolcro.
La posa contorta di questi e, soprattutto, quella del Cristo che
lo sovrasta, dal movimento estremamente scomposto, sono parodia
più che derivazione da Michelangelo.
Le figure delle Virtù a rilievo sul sarcofago hanno invece, con
una relativa compostezza, una particolare forza plastica.
Migliore, per una sintesi più sentita e viva, è invece la statua
di bronzo, con il "Redentore benedicente", opera del parmigiano
Andrea Spinelli del 1554. Il modello per lo Spinelli è,
evidentemente, Jacopo Sansovino da cui trae l'eleganza e
la plastica morbidezza della resa.
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