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Un altro interessante documento della rinascita a Parma, sebbene
non eseguito per questa chiesa, ma portato da San Paolo, e il lavabo
marmoreo con ornati a grottesche della bottega di Giovanni Francesco
D'Agrate, ora nel corridoio che conduce alla sagrestia.
Ancora di carattere rinascimentale è poi il monumento dedicato
al conte Guido da Correggio, nella seconda cappella a destra, di
Giovan Battista Barbieri, eseguito tra il 1568 ed il 1570,
con la statua in piedi in veste di guerriero a rilievo e figure
allegoriche entro una nicchia e, sulla cimasa, putti a tutto tondo.
Nella seconda cappella a destra è poi, sullo sfondo di una decorazione
barocca del Brianti, il busto marmoreo del duca Ottavio Farnese
con al collo le insegne dell'Ordine Costantiniano di San Giorgio,
opera probabilmente eseguita poco prima della sua morte (1586) e
realisticamente resa.
Anche nel Seicento la chiesa fu arricchita di numerose opere e completamenti;
prosegue la decorazione a fresco delle pilastrate iniziata, come
si è detto, nei pilastri della cappella Cantelli da Mercurio
Baiardi e proseguita, ad un secolo di distanza da Giuseppe
Maria Conti detto della Camera, che dal 1668 al 1669 dipinge
"li quattro pilloni principali dell'oratorio" per la somma
complessiva di 1200 lire.
Un anno dopo, nel 1670, il Conti (che affresca pure in modo
bambolescamente ritardatario storie sacre nella chiesa di Santa
Croce) dipingeva ad olio due piedistalli dei pilastri con figurazioni
sacre; sulle sue orme dipinsero gli altri piedistalli, nello stesso
anno, il milanese Angelo Guazzi e Antonio Bonvigo,
mentre le restanti pilastrate venivano decorate dal bolognese Antonio
Seghizzi.
Il gusto barocco si accentua, anzi prende il sopravvento alla fine
del XVII secolo ed agli inizi del successivo, quando, come si è
detto, l'architetto e pittore Mauro Oddi è incaricato, probabilmente
per volontà del nuovo duca Francesco Farnese, di apportare vaste
modifiche alla struttura della parte più importante e solenne della
chiesa stessa, cioè il presbiterio, e alla decorazione interna ed
esterna.
Sebbene l'Oddi sia morto nel 1702 ed i lavori di decorazione
scultorea siano proseguiti fino al 1772, si può dire che l'impronta,
il modulo di tutto, sia opera di quell'artista che studiò il progetto
di trasformare l'abside dietro l'altare maggiore, come studiò la
decorazione esterna della chiesa nel lato verso la piazza con statue,
piedistalli, vasi, fiaccole, ecc.
Morto l'Oddi gli successe l'architetto Edelberto della
Nave che compì nel 1729 il "coro dei cavalieri" con decorazione
a monocromato di Giuseppe Della Nave suo fratello, mentre
la medaglia centrale e le minori sono di Carlo Vizzani (1729-1730)
e gli stucchi di Carlo Bosi (1752). Tale coro fa da sfondo
al ricco altare ideato dall'Oddi stesso con tutta la ridondanza
ed il fasto barocco poi ripreso dall'architetto Mario Lottici
che diede, tra il 1751 ed il 1752, vari disegni per l'altare e la
ricchissima ancona, tutta marmi pregiati, argenti, volute e ornati.
Essa doveva ospitare l'immagine miracolosa della Vergine della Steccata.
L'opera, solo allo stato di progetto alla morte dell'Oddi,
venne proseguita da architetti, scultori, stuccatori e argentieri
dal 1752 al 1774 quando era compiuto anche il bel pavimento marmoreo
simulante un ricco tappeto disegnato da Mario Lottici, ma
compiuto da Domenico della Meschina, autore anche della bella
balaustrata marmorea eseguita su disegno di Antonio Brianti.
In questo periodo si arricchiscono pure gli altri altari e, prima
tutto, viene commissionata al pittore bolognese Marcantonio Franceschini,
nel 1718, la pala con la "Madonna in gloria e S. Giorgio" (altare
dell'abside destra) voluta da Francesco Farnese; in questo dipinto
la tradizione seicentesca reniana si vanifica in disanimata compostezza.
Circa di mezzo secolo posteriore (1762) è il grande quadro con la
"Trinità e Santi", posto sull'altare dell'abside sinistra,
del veronese Giambettino Cignaroli; in luogo del fare agile,
sciolto e piacevole, seppure superficiale in lui abituale, sembra
ispirarsi qui alle opere del Tiepolo più vicine al Piazzetta; del
1783 è invece il "Crocefisso tra S. Gerolamo e S. Tommaso"
nella cappella a sinistra dell'altare maggiore, opera tra le migliori
del piacentino Antonio Bresciani ancora nella tradizione seicentesca
emiliana.
A questo tempo appartengono anche le sculture ai lati degli altari,
dovute ai carraresi Giangiacomo e Francesco Baratta, operanti
a Parma ed a Modena, con figure allegoriche, e le varie ornamentazioni
della chiesa tra cui la bella cantoria e l'organo (che sostutuisce
quello distrutto rinascimentale di Giovanni Francesco Testi e
Marcantonio Zucchi) in legno intagliato e dorato con putti,
volute e ornati di stile rocaille e con eleganti pitture monocrome
del Rubini (1761), che fece anche i pilastri a chiaroscuro
del nicchione dell'altare maggiore.
Una nota particolare dà alla chiesa della Steccata la ricchezza
degli intagli lignei: i bellissimi banconi settecenteschi divisi
in tre campi e lavorati a giorno con fogliami e la croce dell'Ordine
Costantiniano di San Giorgio eseguiti nel 1762 su disegno di Antonio
Brianti, i confessionali e, soprattutto, i mobili della
sagrestia nobile costruita tra il 1665 ed il 1670 e tappezzata
da cima a fondo da armadi intagliati e scolpiti nei banconi, negli
specchi delle ante e nelle cimase con ricchissimi ornati, rosoni
e putti, cariatidi e telamoni con Pan che suona la siringa e protomi
leonine sulle paraste divisorie, colonne tortili e cimase con acroteri
e statue di angeli e della Madonna col Bambino, opera di
Giambattista Mascheroni e Carlo Rottini, milanesi,
e Rinaldo Torri, parmigiano; i quattro Evangelisti a
tutto tondo a figura intera sulle cimase sono di Francesco Nicolini
(1670), non altrimenti noto, mentre i quattro busti di Santi
in terracotta sulla trabeazione sono del pittore e scultore G.
M. Giovannini (1703). Del Mascheroni e pure l'ancona
che ospita il quadro del Sons.
Gli arredi e le suppellettili sacre, conservati in questi armadi,
sono poi di speciale interesse per la storia dell'arte.
Tra l'altro ricordiamo una pianeta completa del XVI secolo in velluto
rosso controtagliato su fondo broccato d'oro, con racemi e fiori
a carciofo, un prezioso camice con pizzo cinquecentesco, svariati
paramenti sontuosi del Seicento e del Settecento in seta ricamati
d'argento e d'oro, o di broccato d'oro ricamati o tessuti su seta
policroma.
Si conservano inoltre numerosi oggetti di argenteria del XVI secolo:
un turibolo ed una navicella di argento sbalzato di Giovanni
Francesco Bozzagni, orafo e confratello della Steccata (1543-44),
un voto d'argento alla Vergine della Steccata con a sbalzo la "Madonna"
ed il "Ritratto del duca Ottavio", opera del 1551, una
croce d'argento di Alberto Pini (1573), calici ed un'altra
croce d'argento di Cristoforo Smith di Parma (1598) con la collaborazione
del fratello Michele che fece candelabri ed altri arredi:
tali lavori proseguono agli inizi del XVII secolo ad opera di altri
argentieri, così una bellissima lampada d'argento per l'immagine
della Madonna dell'orefice Corrado Ambrogio Amburger (1616)
che fa pure altri due candelieri d'argento per l'altare maggiore.
Nella seconda metà del secolo si continua la decorazione dell'altare
maggiore con "una grande ancona argentea con putti ed altro",
mentre degli inizi del Settecento è il complesso e ricco lavoro
dell'argentiere Michele Cruer autore del "lampadone grande
d'argento", del "Pastorale del gran Priore dell'Ordine Costantiniano
di San Giorgio" e, probabilmente, del paliotto d'altare in argento
cesellato su fondo di legno dorato e dei bellissimi reliquiari in
argento del "Sacro legno" e di "San Giorgio", epoca
a cui appartengono tra l'altro, un calice e due ampolle in argento
cesellato; altri lavori, tra cui una pisside e sei candelieri, erano
commissionati nel 1756 e nel 1758 all'argentiere Domenico Barbieri,
e altre numerose furono in questo tempo le commissioni, come attestano
gli oggetti di argenteria, i paramenti, i palii bellissimi ricamati,
broccati, ecc. che ancora rimangono e che si continuano a fare anche
in periodo neoclassico, soprattutto al tempo di Maria Luigia d'Austria,
alla quale si deve pure la commissione dello stemma marmoreo dell'Ordine
Costantiniano di San Giorgio sulla porta d'ingresso, opera dello
scultore Tommaso Bandini (1848), autore anche del monumento
a Ferdinando Cornacchia e della "Pietà" (1845) nella nicchia
d'ingresso a destra terminata dopo la sua morte da Francesco
Guastalla.
In tutte queste opere intinte di romanticismo si sente la derivazione
dal neoclassico Luigi Bartolini, autore del monumento al
conte di Neipperg, marito morganatico di Maria Luigia, già nella
chiesa di San Ludovico, opera elegante e di classica semplicità.
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